sabato 26 luglio 2014

LA GERMANIA SFORA I CONTI: SGAMATA LA MERKEL


Fate quel che dico, non fate quel che faccio. E’ secondo questo “schema collaudato” che la locomotiva d’Europa cerca di tenere tutti sono controllo. Un controllo a doppio filo che trova, proprio nella decisione con la quale Berlino mette le questioni sul tavolo, il suo punto di forza. Sì, perché dietro l’aspetto “duro e puro”, dietro i continui richiami ai Paesi membri affinché rispettino le stringenti regole economiche messe nero su bianco da Bruxelles, la Germania bara. E quel che è peggio è che nei palazzi che contano se ne sono accorti tutti. Ma tutti fingono di non saperlo. Un po’ come chi è seduto al tavolo da Poker con uno che nasconde tre assi nella manica, ma non dice nulla perché sa che lo stesso personaggio ha un revolver in tasca. Così, per paura di essere messi al muro dalle accuse della banca centrale tedesca, i responsabili economici degli altri Stati fanno finta di nulla e passano avanti. Ma se le leggi e le regole sono uguali per tutti lo devono essere anche per la Germania. Tanto più in questo caso, perché lo “sforamento” tedesco ha un solo e chiaro effetto: aumentare quel divario economico che la stessa Berlino poi chiede a tutti di ripianare. Il gatto che si morde la coda? Più cornuti e mazziati.  Ma che cosa succede? Tutto ha origine con la crisi economica. Non credendo ai loro occhi, davanti alla possibilità di introdurre nuove norme che potessero mantenere ancora più sotto controllo l’economia degli Stati, i funzionari di Bruxelles hanno dato vita al cosiddetto “Six Pack”, un sistema di norme di nuova generazione sugli “squilibri macroeconomici”.  Davanti a una situazione di


difficoltà che andava allargandosi a macchia d’olio (era il 2011), Bruxelles ha messo mano a un sistema di controllo degli squilibri che si registravano negli scambi con l’estero delle diverse economie. Proprio qui, secondo la Commissione Ue, infatti, si generava la crisi. A fronte di molti Paesi che registravano un saldo negativo per quello che riguarda gli scambi di beni, servizi e partite finanziarie con il resto del mondo, altri (Germania su tutti) registravano un surplus cronico. L’avanzo con l’estero veniva reinvestito in prestiti ai Paesi in deficit e gli squilibri tra gli Stati membri aumentavano.  Trovata la malattia bisognava mettere in campo la cura. Ecco dunque il nuovo pacchetto di regole. Quelle che alla Bundesbank tutti fanno finta di non conoscere: ad ogni Paese è proibito registrare un “rosso” delle partite correnti che vada oltre il 3% del Pil per più di tre anni di fila. Idem per il surplus che non può oltrepassare il 6% per lo stesso periodo. E quindi? Quindi mentre molti Stati hanno messo in campo manovre economiche da brivido per rientrare nei parametri stabiliti, Berlino continua a sforarli. E quel che è peggio è che lo fa ormai da 5 anni e senza che nessuno dica nulla. Nemmeno una riga, non una critica, non un richiamo. Solo un timido generico avvertimento: “aumentare gli investimenti e a stimolare la concorrenza nei servizi”. Niente, nulla, niet! La dimostrazione, semmai ce ne fosse stata la necessità, che l’Unione Europea non è un’unione di popoli, ma di poteri. E che, almeno al momento, questi poteri sono facilmente identificabili e collocabili. E sono tutti al di là delle Alpi.).

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